giovedì 6 settembre 2012

Il sostenibile miracolo del corpo



Il corpo. I corpi. La nascita del corpo, il suo uso, la sua idea, la sua morale, il suo senso, la sua potenza, la sua energia, la sua bellezza e ancora il corpo della donna e quello dell’uomo, il corpo di Cristo e il suo senso, il corpo che nasce, scorre, si evolve, cambia, fiorisce e cresce. Il corpo che matura, muore, si trasforma in materia e si dissolve nella natura integrandosi con essa. Il corpo degli altri e il nostro che osserviamo continuamente. Esiste una cultura del corpo, una manipolazione del corpo, una coscienza del corpo, c’è il sacramento del corpo (di Cristo) e il corpo come contenitore dell’eternità.

Il termine corpo in filosofia riespone il significato del linguaggio comune dichiarando come corpo ogni essere esteso nello spazio e percepibile attraverso i sensi. Così M. Foucault vede nel corpo un “luogo assoluto” che è sempre altrove, ma legato fortemente a tutti gli “altrove del mondo”. Merleau-Ponty afferma che “Il corpo è l'unico mezzo che abbiamo per andare al cuore delle cose” e per Bodei “Il corpo è ciò che pone l’uomo in contatto con il mondo” ribadendo che “l’uomo non ha un corpo, ma è un corpo”. Non c’è nulla di così immediato e concreto che attragga e allo stesso tempo respinga quanto un corpo. In lui viviamo, fuggiamo, cerchiamo, amiamo e odiamo, per lui curiamo, ascoltiamo, esultiamo e disprezziamo. Siamo completamente schiavi della nostra corporeità, cercando complessi equilibri ed esigenti armonie che esaltino il nostro essere fisico. Allora il corpo diventa una specie di carcere dal quale non possiamo ne fuggire ne prescindere, diviene “il luogo senza appello a cui siamo condannati” facendoci raggiungere la consapevolezza che il corpo è, senza remissioni. Un corpo che attraverso i sentimenti ci racconta che siamo “qui e ora” e che, con le sue manifestazioni, si trasforma in uno specchio dell’anima. Il corpo, sfuggendo alla sua origine naturale, è un “filtro culturale” in cui, la società, manifesta gli usi e i costumi di tutte le epoche e culture. Così, l’immagine corporea si modifica e a contatto con il mondo esprime lo stile e il senso della nostra biografia, la storia dell’individuo riflette la sua condizione, la nostra società e il nostro IO.



C’è, quindi, il “corpo disprezzato” nel Medioevo, in cui la salvezza passa attraverso la penitenza corporale, c’è “la perfezione delle sfere” nel Rinascimento, c’è il corpo “incipriato e frivolo” nel Settecento e ci sono le varie declinazioni del “corpo-detrito e corpo-frammento” nell’Ottocento, in cui i corpi cercano di recuperare una bellezza perduta inventando una nuova fede al limite tra raffinatezza, gusto, eccentricità, grazia e “sregolamento dei sensi”. Un corpo s/vestito della sua sensualità e dell’eros in cui si percepisce il crepuscolo tra moralismo e trasgressione. Nel Ventesimo secolo ritorniamo alle origini consacrando come punto di partenza la centralità del corpo e il suo essere nudo o vestito. Il Novecento modifica il corpo, lo rifà, lo reinventa, lo polverizza, lo distrugge per poi rimontarlo, lo reinterpreta, lo travisa, lo modifica, lo maschera, lo distorce, lo interrompe, lo deforma e lo restituisce mostruoso, lo rende un oggetto su cui sperimentare ma soprattutto lo erotizza ricercandone la verità dello spirito. Nell’arte contemporanea il corpo diviene la rappresentazione dello stato d’animo di chi produce l’opera e nella pittura diviene la verità della nostra società. È un corpo su cui si riversa tutto e che abbiamo bisogno di esibire nella sua totalità. E poi c’è il nuovo millennio, l’anno zero e il ritorno alla pittura pura che vede il corpo nella sua raffigurazione di energia, potenza, forza e bellezza perentoria. Un corpo che attinge la sua immagine dalla televisione, dai giornali e dai nuovi media. 

Nel Ventunesimo secolo i corpi acquistano luminosità, divengono lucidi, la pelle è liscia e levigata e i muscoli tesi allo sforzo appaiono in tutta la loro dirompenza come nelle opere di Giorgio Lupattelli (Magione, PG). Qui il corpo evidenzia il suo splendore, è quasi un miracolo. Le immagini raffigurano atleti nel momento di massima tensione, pronti allo scatto, in attesa del “pronti, via”. I suoi sportivi si preparano allo start. Sono nuotatori, centometristi o ballerini, tutte eccellenze in procinto di partire, con la muscolatura tesa, la concentrazione trapelante, lo sforzo che fuoriesce dalla tela. Sono uomini e donne che hanno regalato la loro esistenza alla ricerca della perfezione che non è da intendersi solo fisica. La saturazione iperrealista della superficie dipinta prepara l’attesa del superamento di un limite, c’è sempre la possibilità di non arrivare primi ma si è in gara per esserlo. Così il colore diventa effetto, le sfumature catturano l’emozione, i contorni si muovono come se fossimo noi stessi l’immagine che stiamo guardando. C’è una tensione trasudante in tutta la composizione, la pennellata sembra respirare in attesa della vittoria. Lupattelli rappresenta il corpo al massimo delle sue potenzialità fisiche, nel momento di culmine, lo esibisce ossessivamente mostrandolo nella sua radiosa e quasi eterna giovinezza. Un corpo-mondo, che con la sua figura integrale vuole essere messo a nudo, toccato, sfiorato, conosciuto e visto nella sua intimità. L’estrema concentrazione della pennellata crea un intervallo tra la suspance e ciò che succederà tra pochi minuti. Siamo di fronte a campioni, numeri uno diventando spettatori di una possibile vittoria data dall’unione inscindibile tra corpo e mente. Ma qual’è il destino del corpo e cosa significa nelle opere di Lupattelli? È consapevolezza, rispetto, cura, salute, bellezza, fatica, dolore, sport Tutte risposte possibili che dichiarano che il corpo non esiste solo nella bellezza ma anche nella raffigurazione dell’imperfezione, (quasi impercettibile) nella tensione della mente, nell’emozione dell’anima. Il destino del corpo lupattelliano è quello di esorcizzare il dolore e la sofferenza, Mens sana in corpore sano, sembrano sussurrarci i suoi sportivi, nel destino hanno un’unica scritta, Just do it, fallo ora.


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