mercoledì 23 maggio 2012

Raimondo Galeano e la pittura oltre il confine della notte




Nel 1558 Giovan Battista della Porta scrive il Naturalis Magiae, raccontando di meravigliosi fenomeni che si verificano in natura e interrogandosi su come si possa fare a far risplendere una oggetto nelle tenebre. Studiando assiduamente risponde con una ricetta a base di lucciole distillate e seccate dalla quale si ricava una polvere magica nota nell’ambiente del teatro per la sua peculiarità, incline a produrre effetti sbalorditivi. Della Porta studia e risponde al quesito ignaro del fatto che qualche decennio dopo Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, genio inquieto dall’intelligenza fervida e acuta, presterà attenzione proprio a quel passo descritto nel suo testo. Sedotto dalle potenzialità del composto incantato, Caravaggio lo applica nella sua agitata sperimentazione tesa allo studio della luce e all’impiego della camera ottica della quale si avvale per dipingere dal naturale. Nella magica miscela del pittore si rileva la presenza di argento, arsenico, zolfo, iodio, magnesio, materiali fotosensibili che accrescevano la luminosità del dipinto, migliorandone la profondità spaziale e permettendogli di lavorare anche al buio. Questi, usando distillato di lucciole dall’effetto fluorescente fissava temporaneamente l’immagine in un tempo compreso tra i cinque minuti e le due ore dando inizio, cosi, al suo operato che oltrepassava la soglia dell’oscurità. Più recente è invece, la scoperta fatta sull’acquerello di Van Gogh, Les bretonnes set le pardon de Pont Aven del 1888, in cui l’autore fece brillare le sue opere utilizzando alcuni colori fosforescenti. Sulla superficie del dipinto è stato rivelato un inconsueto splendore verdastro in corrispondenza delle macchie bianche. Pare che per ottenere questo effetto, Van Gogh, si servisse di un pigmento formato da ossido di zinco, tracce di solfuro di zinco e altri elementi metallici. Ne risulta che il colore si comporta come un materiale semiconduttore generando una fluorescenza verde. Le recenti scoperte, fatte da studiosi di varie università tra cui Roberta Lapucci per Caravaggio, hanno reso ancor più compatta e salda la ricerca sull’utilizzo del pigmento di luce in pittura.
Ai giorni nostri c’è un’artista che è riuscito ad oltrepassare il confine della notte con la sua pittura, è stato capace di scardinare i canoni convenzionali della semplice visione diurna di un’opera d’arte  consentendoci di trovare il visibile in ciò che prima si mostrava invisibile, la luce si è amalgamata con l’oscurità, il giorno con la notte, il percettibile con l’impercettibile, tutti a braccetto mettendo da parte i preconcetti della visione consueta a favore di un nuovo credo che ha consacrato Raimondo Galeano come “il pittore illuminato”, demiurgo della luce e profondo conoscitore delle tenebre che svelano realtà inaspettate. Il pittore della luce, che ha sempre cercato le risposte attraverso la pittura, facendo sì che sia lei a doversi trasformare per svelarci una nuova dimensione percettiva.

Raimondo Galeano classe 48’. Il suo percorso artistico inizia a Roma con i maestri della Scuola di Piazza del Popolo e nonostante il forte ascendente di Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano, riesce a sganciarsi e riconoscere la sua strada non tra pennelli e barattoli di colore, bensì ricercandola tra particelle di atomi eccitati che liberando fotoni, rendono percepibile, al buio, un’opera celata che vive una doppia vita. Pittore della luce e primo artista contemporaneo a riuscire a fondere la percezione dell’opera diurna a quella notturna con l’utilizzo di un particolare pigmento luminescente (da lui sapientemente preparati rendendoli in grado di assorbire e trattenere la luce acquisita durante il giorno, per liberarla poi in sua assenza) con i suoi lavori notturni mette in evidenza ciò che esiste intorno a noi ma che spesso è dissimile da ciò che vediamo. Guardando il lavoro di Galeano la capacità di percepire l’ignoto, (percettività) si aggancia immediatamente all’illusione immaginaria dell’immagine e alla formazione stessa della visione, attraverso quello che Deleuze chiama, l’interstizio o spazio vuoto che, nella pittura di Raimondo, riconosciamo come spazio di emozione che separa il momento di passaggio dalla luce all’oscurità. Nel cinema di Godard, secondo Deleuze, l’interstizio tra le immagini é “l’assunzione ontologica di un non visto, di un invisibile che passa “tra” un’immagine e l’altra e che, riscatta l’immagine dalla sua illusione inscrivendola in un processo di svelamento”. Nella pittura di Galeano l’interstizio/spiraglio è la nostra commozione, l’attesa, lo stupore e se vogliamo anche la paura del passaggio vedo/non vedo o meglio vedo e poi mi accorgo di presenze oltre la luce. Il colore non esiste” esclama l’artista “perché in assenza di luce nessuno di noi sarebbe in grado di distinguerne alcuno”. In effetti, il colore non è una caratteristica fisica, ma è una sensazione elaborata dal cervello quando i nostri occhi percepiscono fotoni di una certa lunghezza d’onda. Secondo la fisica siamo noi esseri umani ad avere un determinato sistema visivo dando una percezione personale del mondo, ne deriva che il colore è una creazione umana e la vera natura delle cose è il buio. Ogni oggetto in realtà è oscuro e non emette un colore di per sé. La luce è sempre alla base di tutto. La luce è per me la madre di tutti i colori. Sono un pittore che con una tecnica particolare tenta di ribaltare dei concetti dati per scontati. Se tutto l’universo si rivela a noi attraverso la luce, io ho preso la luce e gli ho dato forma. Un dipinto di luce è come una stella la cui essenza viaggia all’infinito. E’ un misto tra scienza, poesia, pittura e cosmo. Non a caso molte mie opere si chiamano Navigatori del cosmo”. Così, imprigionando la realtà con la sua pittura ci apre un mondo sconosciuto dove le sagome prendono vita e si animano d’emozioni e sentimenti che corrono attraverso l’oscurità e rendono percepibile ciò che prima era nascosto. Un dialogo con l’universo al quale l’artista invia immagini che viaggiando a  trecentomila chilometri al secondo vivranno nello spazio all’infinito. A tale proposito mi viene spontaneo ricordare un’affermazione del noto scrittore britannico Terry Pratchett per cui “La luce crede di viaggiare più veloce di tutto, ma si sbaglia. Per quanto sia veloce, la luce scopre sempre che il buio è arrivato prima di lei, e l'aspetta. Ma le opere di Galeano non si limitano ad essere solo pittoriche e rimanere appese alle pareti, al contrario assoggettano anche l’oggetto. Sono innumerevoli gli oggetti decontestualizzati e fatti divenire opere d’arte tridimensionali tra cui vasi, anfore, orci, ventagli, vespe che attraverso il lumen si guadagnano l’immortalità. Sono parte integrante del lavoro dell’artista anche le performance in cui lo spettatore può, finalmente, riuscire a scorgere la sua ombra sulla tela, la sua anima rimane impressa e ognuno di noi può diventare un navigatore del cosmo viaggiando a velocità insospettata. In questo frangente, l’artista riesce a catturare l’essenza dell’anima delle persone guardando al grande Leonardo che in merito all’ombra scrisse: "Il secondo principio della pittura è l'ombra del corpo, che per lei si finge, e di questa ombra daremo i principî, e con quelli procederemo nell'isculpire la predetta superficie". L’ombra è la prova visibile dell’esistenza e della fisicità del proprio corpo e Galeano riesce a farne prigionieri i contorni.  Cosi, nel mito della caverna di Platone, le ombre diventano allegoria della prima forma di conoscenza di un’umanità schiava delle percezioni sensoriali, che non è in grado di voltarsi per guardare direttamente la luce del sole dietro le loro spalle, mentre nelle performance di Raimondo possiamo voltarci e rimanere attoniti dal fatto che la nostra ombra sta li ad guardarci con la stessa intensità con cui la osserviamo noi.


Ma non è finita qui. Abbiamo conosciuto il lavoro di un’artista che è rimasto chiuso in una cantina a studiare la luce per un’intera vita ed ora è arrivato ad una ulteriore evoluzione della tecnica dell’uso del lumen. Dopo trent’anni di sperimentazione, Galeano si è accorto che accostando al pigmento di luce verde, un altro pigmento di luce blu, la figura sembra solcare la terza dimensione. I soggetti delle sue opere fuoriescono dal limite della bidimensionalità e addirittura paiono mutare man mano che ci si appresta a starvi di fronte, l’opera che vedremo sarà diversa da quella dell’attimo prima. Di fronte ai nostri occhi si manifesta un fenomeno a dir poco incredibile. I quadri di Raimondo Galeano mutano con il tempo. Come ne “Il ritratto di Dorian Gray” in cui il protagonista chiede che il quadro regalatogli da un artista “possa invecchiare al posto suo” in quanto “il pensiero del tempo che passa lo distrugge”, così nella desolazione del buio di una stanza, immersi nell’oscurità più totale ci si riproporrà esattamente ciò che Wilde sembrava aver predetto scrivendo uno dei romanzi più importanti per l’estetismo letterario decadente. Una magnifica Marilyn Monroe si trasformerà da sensuale icona a teschio raffigurante la morte cosi come altri soggetti rappresentati, da carnali e lascivi personaggi, assumeranno l’immagine del tempo che scorre, diventando vecchi.  Aveva espresso un pazzo desiderio: che potesse lui rimanere giovane, e il ritratto invecchiare; la sua bellezza restare intatta, e il viso dipinto sulla tela portare il peso delle sue passioni e dei suoi peccati. [...] Pareva mostruoso persino pensarci…”
Galeano genio incompreso, ma sicuramente genio.


Davide e Golia, luce su tela visione diurna e notturna










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