martedì 18 gennaio 2011

Il piccione viaggiatore

A volte mi chiedo se le cose attraversano il tempo, se esiste una qualche strana spiegazione per trovarsi in una situazione che ti porti dentro da sempre, ho come la sensazione di mangiare continuamente una Madeleine che risveglia in me ricordi del passato, fermandolo e poi riprendendolo esattamente come se non fosse trascorso un solo secondo. Il tempo, quello frusto, che sembra non terminare mai, o quello veloce da appartenere alla categoria “battito di ciglio”, mi frega sempre. Non riesco proprio a dargli un’unità di misura che appartenga a tutti gli eventi e che venga percepito sempre nello stesso modo…ma in fondo è una questione di relatività e questo è indiscutibile.

Il 27 Novembre 2007 mi stavo preparando per prendere un aperitivo con la mia amica Enrica, il solito report dopo week end, tante chiacchere, tanto amore, tanta voglia di stare sedute su un divanetto a scrutarci le nuove scarpe o a parlare di LipGloss Kiko. Un cocktail in mano con tanto ghiaccio e una bella sigaretta per iniziare e poi proseguire fino a notte fonda, quando non si ha più fiato e voce e quando il sonno bussa alla porta, allora come Cenerentola io saluto e mi dileguo salendo le scale e scappando non dal principe azzurro, che non ho, ma da amiche che non cessano di parlare. Correndo verso la scalinata non mi accorgo di aver perso la scarpetta di cristallo, scappo non so da cosa, ma cerco di andare più veloce che posso. Salendo a testa bassa mi scontro con due occhi verdi che mi lasciano senza fiato e mi bloccano sui gradini. Mi accorgo che quello sguardo era lo stesso in cui mi ero imbattuta alcuni giorni prima e mi fermo stupita mentre un sorriso e una luce mi avvolgono in un’emozione troppo forte per essere repressa. Le mie orecchie udiscono un – ciao – contornato da splendidi denti bianchi, io come una cretina in preda al panico sfodero un ciao come stai…? Mi porge la scarpetta e mi dice “hai perso questa” … come stai..? cosa fai..? E’ bello rivederti…? Dio mio -ma come è bello rivedermi se ci siamo solo incrociati due volte in giro…?- La mia testa comincia a lavorare mentre lui avvicina sempre di più il suo viso al mio, mentre io comincio ad accorgermi del suo profumo, mentre non capisco più nulla …e sinceramente non so nemmeno come si chiama. Tra un drink e l’altro, lui un Gintonic io una Lemonsoda mi dice che fa lo chef e che sarebbe bello potermi cucinare il suo piatto preferito… il piccione… non penso ad allusioni stupide, perché lui lo racconta cosi intensamente.

Dio mio che schifo -penso- ma lungi da me il dirglielo, troppo figo lui, per smontare questa sua convinzione di conquistarmi con un piatto del genere che nell’immaginario collettivo è un cibo povero. Io lascio parlare, mi faccio raccontare tutto: la cottura, il fondo, la tenerezza, il colore, come una vera esperta chiedo consigli sul contorno e sui gradi del forno, sulla rosolatura della pancetta e sui tempi giusti per non farne indurire la carne, tanto nessuno sa che mi occupo d’arte. Sfodero domande incuriosite per catturare il suo interesse ma soprattutto per farmi chiedere il numero di telefono.
Alla fine della notte ormai, quasi le tre, sono diventata un’amante del piccione, avrei voluto tanto dirgli che volevo essere la coscia da spolpare o il petto da tagliare, o la patata per il suo contorno e - volevo esserlo li e subito-, ma non potevo, la serietà delle donne come me non lo permettono. Cosi, timidamente, lui mi ha chiesto se mi sembrava scortese darmi il suo numero e io gli ho proposto di prendersi il mio, poi sono scappata come una furia a casa ripensando al profumo del suo alito di Gin. Al mio risveglio non troppo mattutino un messaggio riportava, “è stato un piacere conoscerti, spero ci possano essere altre occasioni, D.”

È passato molto tempo da allora, tante cose sono successe, ho cambiate tre case, due armadi, una macchina, il taglio di capelli, ho iniziato a fare yoga e sono dimagrita sei kg, ma ciò che non è cambiato è il ricordo di quella notte e di quel piatto che è sempre rimasto nel mio immaginario e che avrei voluto assaporare insieme a quello chef mentre lui con un grembiulino nero e una maglietta stretta me lo cucinava con tanto amore. Il mio palato ha sempre sentito la mancanza di questo gusto, quel sughetto dolciastro che avrei voluto raccogliere con un bel barillino di pane ferrarese, non ci sono mai riuscita e non ho mai succhiato le coscette di questo piccolo essere che prima pensavo potesse stare solo sulla piazza San Marco a Venezia a molestare i turisti.
Ed eccomi qui, tre anni dopo con qualche ruga in più corretta dal chirurgo e un centinaio di libri letti tra filosofia, arte e cucina aspettando il momento giusto per mangiare il piatto del desiderio. È stata una casualità, il fatto di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, seduta in una piccola osteria del centro della città, con un vestitino succinto rosa cipria, un tacco 12 ai piedi e lo smalto RougeNoire Chanel che completava la mia eleganza.
Un ambiente caldo e accogliente con pochi tavoli, sembrava di stare in famiglia, anche l’oste aveva un non sò che di conosciuto e amabile, di gentile e rasserenante, proprio quello che serve ad una donna dopo una lunga settimana di lavoro stressante e dopo le feste natalizie. Mi guardo intorno e vedo gente felice con piatti profumati davanti, addentano pietanze giganti e colorite, cotolette petroniane, carciofini in salsa, culatelli con presidi Slow Food come se piovessero che danzano tra la cucina e i tavoli dove commensali felici deliziano i loro palati.
Tutti quei profumi mi inebriano e mi aprono una voragine nello stomaco, il mio viso assume un aspetto da oca giuliva in balia di sapori e odori che avvolgono le pareti della sala, non vedo l’ora arrivi il menù, ma soprattutto non vedo l’ora arrivi tutto il cibo possibile.


Seduta comoda e rilassata attendo che mi portino il menù. Arriva una signora morettina con un fare educato e un tono di voce che mette tranquillità, mi porge la carta e io comincio a leggere ad alta voce per far sentire anche ai miei ospiti cosa offre la casa. Scruto velocemente e alla fine optiamo per antipasto di salumi carciofini e misticanza come antipasto, una bella farfallina con salsiccia, anatra e cotoletta petroniana a seguire.
Attendo sorseggiando un pò di acqua fresca e spizzicando del pane buonissimo. Quando sono pronta per ordinare ho un miraggio, una visione, una stretta al cuore, un sentore di leggero mal di testa mi prende alla visione dello chef che esce dalla cucina e si dirige nella mia direzione con un pezzo di tovaglietta di carta e penna in mano, non posso credere ai miei occhi, non ci capisco più nulla, io lo conosco ne sono certa, santo cielo se lo conosco, come potrei dimenticare quelle spalle e quelle mani grandi che impugnano la Bic. Mi si gela il sangue…
è bastato uno sguardo… non ho nemmeno avuto il tempo per dirgli cosa volevo mangiare…
E’ arrivato il piatto che avevo sognato da tanti anni, il piccione. Non vi posso raccontare la mia sensazione perché a volte nemmeno la scrittura è in grado di esprimere le grandi pulsazioni, soprattutto se sono cosi intense.
Posso solo invitarvi a provarlo… Io lo amo e voi…!!!!???

7 commenti:

  1. sei bravina Gav complimenti, ma non ho capito se i pùnti interrogativi sono volùti o sbagliati!

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  2. Seguace sconosciuta...i punti esclamativi in aggiunta agli interrogativi voluti voluti....

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  3. questo piccione s'ha da prova'!
    i tuoi racconti fanno venire voglia di assagiarlo.
    Complimenti Blue.

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  4. racconto succulento... ma il piccione, da brava vegetariana, ve lo lascio!!! Ale

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  5. Piccione.....massì, dai, proviamo anche il piccione!! Alessandra

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  6. Bhè se lui era così affascinante si poteva passare sopra anche al piatto alquanto discutibile

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  7. Infatti lui era ed è sicuramente lo chef piu affascinante che abbia mai visto...uffffff

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